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Un pò di storia ...

L’acqua
Nell’acqua si sono sviluppate
le prime forme di vita, e l’acqua è presupposto
della vita stessa: senza di essa nessuna comunità
umana avrebbe potuto nascere. Gli antichi erano consapevoli
di ciò, tanto è vero che fin dai primordi,
per mezzo di un sistema di pozzi, gallerie e condotti,
hanno canalizzato le acque che dovevano servire sia
per irrigare i campi, sia per rifornire del prezioso
liquido le città. I Romani, in particolare, hanno
dato grande impulso alla distribuzione delle acque,
realizzando per le loro città una imponente rete
di acquedotti, (i cui resti sono tuttora visibili in
alcuni tratti di campagna specialmente intorno ai grandi
centri urbani, come a Roma) che servisse tutte le città
situate sul territorio della penisola italiana. Legno
e terracotta, inizialmente, furono i materiali di cui
erano composti i recipienti che dovevano contenere l’acqua
o il vino, da versare ai commensali durante i pasti,
per essere sostituiti poi, nel corso del tempo, dalla
ceramica, dal vetro e da materiali più pregiati
quali l’argento, spesso finemente cesellato. L’invenzione
del vetro non è riconducibile ad un’epoca
o ad un luogo preciso: sappiamo che già in epoca
assira e babilonese era in uso un processo di invetriatura,
ma per trovare dei recipienti di vetro vero e proprio
dobbiamo arrivare al 1500 a.C. circa. La scoperta della
tecnica di lavorazione a vetro soffiato, avvenuta probabilmente
nella Fenicia alla fine del I sec. a. C. circa, permise
una larga diffusione di questo materiale in tutto il
territorio dell’Impero, producendo, nel tempo,
oggetti (vasi, bicchieri, bottiglie) di squisita fattura.
I
commerci
Ad Ostia, porto di Roma, provenivano
merci da tutte le Province dell'Impero romano, per i
fabbisogni della città. Intorno alla grande piazza
di Ostia di 800 metri quadrati, al cui centro era il
Tempio dell' Annona Augusta, erano situati più
di 60 "uffici" o stationes delle associazioni
professionali riconosciute dal governo, individuate
e distinte da spazi mosaicati, dove iscrizioni e raffigurazioni
identificavano la tipologia delle merci o i luoghi di
provenienza, come per i navicularii, corporazione di
armatori. Oltre alle lane, le stoffe, i metalli, si
importavano anche vino, olio e varie derrate alimentari
come cereali e grano. E la corporazione dei mensores
frumentarii assicurava la misura regolamentare dei cereali,
il moggio. Questa enorme quantità di merci veniva
stipata nei magazzini di Ostia e di Roma, che occupavano
intere decine di ettari di superficie. Alla metà
del II sec. d.C. Roma è il più grande
centro di commercio e della piccola industria del mondo
antico.
Il cibo e la letteratura
latina
Il frutto più famoso, forse,
di tutta la produzione letteraria antica è la
mela d’oro che Paride offrì "alla
più bella" delle dee, Venere, come canta
Omero, quel "pomo della Discordia" che dette
origine alla guerra di Troia. E che dire di tutte le
metafore e gli insegnamenti che si celano nelle favole
del greco Esopo che hanno a protagonisti animali e cibarie,
come "La volpe e l’uva", "Il cane
che porta la carne", "La cicala e le formiche"?
Nel teatro latino le prime manifestazioni letterarie,
come la Fabula atellana, sono tutte ispirate ad aspetti
elementari del vivere quotidiano e realmente vissuti
da un ceto povero. Tra questi, il cibo, come ovvio,
rivestiva un ruolo di primaria importanza. Gli alimenti
e la consumazione di questi, anche nei generi letterari
più alti, offrono spunti alla trattatistica di
un Varrone, di un Columella, di un Plinio ed agli accenti
poetici di un Catullo, di un Virgilio, di un Orazio
o di un Petronio del quale rimane celebre la descrizione
della pantagruelica cena di Trimalcione nel Satyricon.
Apprendiamo anche dagli storici alcuni aneddoti interessanti
sul cibo: così, veniamo a sapere che l’Imperatore
Claudio morì a causa di una indigestione –
o forse, piuttosto, di un avvelenamento – dovuto
ai funghi di cui era particolarmente ghiotto. L’episodio
pare facesse esclamare al suo successore, Nerone, che,
invero, "…i funghi erano cibo degli dei!"
Allo stesso modo, veniamo a conoscenza del fatto che,
per il poeta Marziale, il comporre epigrammi gli riempiva
la pancia ogni giorno.
Il pane
Il grano, importato in massicce quantità
dalle Province africane dell’Impero, soprattutto
Egitto e Libia, che pagavano così il tributo
a Roma, costituiva, come oggi, la materia prima per
la preparazione del pane. Sembra che solo a partire
dal II secolo a. C. l’uso del pane, dapprima sotto
forma di gallette, poi lievitato, fosse divenuto comune
nella dieta dei Romani, venendo a sostituire la pappa
di frumento detta puls, la polenta. Non è facile
distinguere, nel settore produttivo antico, le diverse
funzioni e mansioni necessarie per la preparazione del
pane. Così il pistor, fornaio, è anche
molinarius, mugnaio. I più di tredici panifici
rinvenuti a Pompei testimoniano le modalità della
lavorazione. Le macine per il grano erano costituite
da due pietre vulcaniche: il catillus, di forma biconica,
cavo e rotante attorno ad un elemento fisso a cono,
la meta, facente corpo unico con il basamento in muratura.
Il catillus veniva fatto ruotare mediante pali lignei
infissi nella zona mediana, girati, in genere, da asine,
come canta il poeta Ovidio: "…come raglia
la somara all’aspra mola".
La frutta
Gli affreschi di Pompei sono una vera
e propria miniera di notizie sulla vita quotidiana dei
Romani: dallo studio dei soggetti rappresentati, ricaviamo
utili indicazioni sui gusti, sugli usi e costumi, sulle
preferenze in campo alimentare. Sulle pareti delle case,
oltre alle scene di giardino, nelle quali compaiono
le specie arboree riconducibili all’ habitat mediterraneo,
si trovano anche raffigurazioni di "nature morte":
immagini di interni che contengono suppellettili insieme
ad esemplari di cacciagione, selvaggina, pesci, frutta,
che evocano, quasi, con le loro forme plastiche e i
vividi colori, i profumi e i sapori dei modelli dei
quali tramandano memoria. Abbiamo, così, notizia,
con l’aiuto delle fonti letterarie, delle specie
fruttifere autoctone, quali il pero, il melo, il fico
ed il susino, nelle loro diverse varietà, e di
quelle importate, come l’ albicocco introdotto
dall’Armenia, il melograno dalla Grecia, il ciliegio
importato da Lucio Lucullo nel 74 a. C. dal Ponto, il
pesco dalla Persia. I frutti del pesco, importato dal
Medio Oriente prevalentemente in virtù delle
sue proprietà medicinali, a detta di Plinio il
Vecchio, avevano un valore commerciale molto elevato
in considerazione della grande deperibilità e
ben si adattavano ad essere coltivati nei piccoli orti
urbani.
Il garum
La famiglia pompeiana di A. Umbricius
Scaurus fabbricava e smerciava la famosa salsa di pesce
chiamata garum, come rivelano anfore ed orci con il
nome dell’ officinator. Sei giare, chiuse con
coperchio, rinvenute nell’officina di Pompei,
contenevano ancora i resti di questa salsa. Il garum,
come sappiamo da Plinio il Vecchio, o, meglio, gàron,
alla greca, era un condimento per le carni, di origine
orientale, molto apprezzato dai Romani. A seconda della
qualità del pesce con cui veniva confezionato
poteva essere più o meno pregiato e costoso.
Il garum excellens ed il flos floris (fior fiore) erano
preparati con le interiora di tonno, sgombro, murene,
triglie, mescolate e fatte fermentare al sole con l’aggiunta
di altri piccoli pesci, fino a diventare una crema.
Per chi non si poteva permettere l’acquisto del
prezioso prodotto, non restava che il residuo di questo,
l’ hallec, una sorta di salsa fatta con le acciughe,
molto meno raffinata ed a buon mercato.
Il vino
l vino, nel mondo antico, non veniva
bevuto assoluto, ma diluito con acqua, a volte aromatizzato
ed addolcito con miele. Servito nei banchetti, veniva
mescolato in appositi contenitori ceramici a bocca larga
di varia forma e nome. Già Omero, nell’Odissea,
parla dell’uso di mescolare vino ed acqua nel
cratere, grande vaso dal largo corpo, generalmente sorretto
da un sostegno, di larga diffusione cronologica e geografica.
Dopo aver attinto dal cratere, la mescolanza veniva
bevuta con l’uso di tazze kàntharoi su
alto piede (il kàntharos è l’attributo
di Dioniso, il dio del vino, il Bacco romano ) o coppe
( kylikes) dal corpo basso e largo, munite di anse,
spesso presenti nelle mani dei convitati nelle scene
di banchetto. Anche i Romani seguirono la stessa abitudine.
Durante il pasto principale, la cena, il vino, conservato
con resine e pece, e diluito, veniva distribuito fin
dall’inizio del pasto e lo concludeva con la commissatio,
una libagione generale in cui scorreva a fiumi nelle
coppe riempite di continuo e svuotate in un sol fiato.
La cucina medievale
Come sappiamo, i Romani prendevano
il pasto in posizione distesa, adagiati sul triclinio,
cosa che imponeva il consumo di cibi facilmente digeribili,
quali, ad esempio, carni macinate, bolliti. Quando,
in epoca medievale, si cominciano a consumare i pasti
in una posizione più eretta, dapprima sugli sgabelli
e poi sulle panche, anche l’arte culinaria subisce
delle modifiche, sulla base anche dello status sociale
del padrone di casa: infatti, mentre l’alimentazione
dei poveri si fondava essenzialmente su cereali, legumi
e pane, nella mensa dei ricchi compariva in abbondanza
la carne di selvaggina (caprioli, cervi, ecc.), generosamente
cosparsa di salse aromatiche e spezie. Proprio l’uso
delle spezie (tra le più diffuse: zafferano,
zenzero, cannella) che, essendo importate dall’oriente,
avevano un costo elevato, misurava il grado di abbienza
dell’ospite: quanto più esse condivano
abbondantemente e in maggior varietà i piatti,
tanto più il padrone di casa era ricco. Anche
il modo di apparecchiare la tavola subisce una trasformazione,
poiché si tende ad attribuire una maggiore rilevanza
ai cibi, anziché al lusso delle stoviglie: piatti,
bicchieri, brocche erano per lo più di terracotta,
e al centro delle tavola era posto un piatto da cui
gli ospiti prendevano i pezzi di carne con le mani,
dal momento che la forzina o forchetta di legno a due
denti, comparirà solo più tardi ed inizialmente
verrà usata solo dalle signore della nobiltà.
L’olio
L’ulivo, nella Grecia sacro alla
dea Atena, conserva tutta la sua sacralità anche
nel mondo romano ed è specie compresa nella terna
delle piante sacre: Ficus, Olea, Vitis, coltivate nel
Foro della Roma Repubblicana. Plinio il Vecchio racconta
che l’olivo venne introdotto a Roma sotto il regno
di Tarquinio Prisco, nel 581 a. C., per diffondersi
poi in tutta la Penisola. La prima spremitura, fatta
con le olive ancora verdi, e senza rompere i noccioli,
dava un prodotto di qualità eccellente. Una seconda
spremitura, che schiacciava tutto il resto, forniva
un olio ricco di morchia. I residui del frantoio, infine,
venivano utilizzati per vari scopi, anche come combustibile
per le lucerne, come racconta lo spagnolo Columella.
La tradizione della spremitura a freddo si è
conservata inalterata dal mondo romano fino a tempi
non molto lontani da noi e non è infrequente
trovare ancora, nelle campagne, macine analoghe a quelle
descritte da Plinio. In epoca imperiale, la Roma, padrona
dei commerci e dei territori, importava, per il fabbisogno
dell’Urbe, gran parte dell’olio dalla Spagna.
Navi cariche di dolia e anfore olearie solcavano, così,
il Mare nostrum.
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